Contratto a termine: quanto durano 24 mesi?

22 Agosto 2018

(di Alberto Bosco)

Ora che, in base a quanto previsto dal D.L. 12 luglio 2018, n. 87 (legge n. 96/2018), la durata massima del singolo o di tutti i contratti a termine sommati tra loro è “scesa” da 36 a 24 mesi, il rispetto dei limiti di durata va verificato e “programmato” con attenzione: infatti, in assenza di deroga contrattuale, superare il limite vuol dire vedersi trasformato il rapporto a tempo indeterminato.
Ecco dunque qualche indicazione pratica supponendo – per semplicità – che non esistano anni bisestili (dato che nulla cambia ai nostri fini):
a) unico contratto a termine dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2020: la durata del rapporto è pari a 24 mesi (per pura curiosità, il rapporto dura 730 giorni);
b) assunzione a tempo determinato dal 2019 ogni anno per l’intero mese di gennaio (dall’1 al 31) per eseguire l’inventario (supponendo che tale attività rientri tra le esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività): il lavoratore può essere assunto 24 volte, ossia per i 24 mesi di gennaio a partire dal 2019 (per pura curiosità, il rapporto dura 744 giorni);
c) assunzione a tempo determinato dal 2019 ogni anno per l’intero mese di febbraio (dall’1 al 28) per eseguire l’inventario: il lavoratore può essere assunto 24 volte, ossia per 24 mesi di febbraio a partire dal 2019 (per pura curiosità, il rapporto dura “solamente” 672 giorni).

Come ben si comprende, quelle di cui sopra sono tutte situazioni perfettamente regolari ma che danno luogo a durate (almeno in giorni) assai differenti. Ma come si effettua il calcolo se l’assunzione a termine – specie se reiterata – include sia mesi interi che frazioni di essi?

Ipotizziamo, per esempio, 2 rapporti a termine:
a) il primo iniziato il 1° gennaio e concluso il 20 febbraio 2019;
b) il secondo iniziato il 1° maggio e concluso il 20 giugno 2019.
Il datore di lavoro quanto deve “conteggiare” rispetto ai 24 mesi massimi di durata?

Premesso che i mesi interi si contano come mesi interi a prescindere dalla loro effettiva durata espressa in giorni, per il conteggio dei periodi di lavoro a termine non coincidenti con 1 o più mesi va adottato il criterio comune secondo il quale, considerato che la durata media dei mesi nell’anno è pari a 30 giorni, 30 giorni vanno considerati l’equivalente di 1 mese.

Nel nostro caso, quindi, i mesi di lavoro a termine sono pari a 3: gennaio e maggio più 30 giorni equivalenti a 1 mese (i 20 giorni di febbraio + i primi 10 giorni di giugno 2019), con un residuo di altri 10 giorni (dall’11 al 20 giugno) che andrà “ripescato e sommato” nel caso di ulteriori assunzioni a termine di quel lavoratore. Tale criterio di calcolo è stato adottato dal Ministero del lavoro in base a quanto precisato nella circolare 2 maggio 2008, n. 13.